Basilica di Superga e la tragedia del Grande Torino
21/06/2026
La collina di Superga, a quasi settecento metri sul livello del mare alle porte di Torino, ospita uno dei monumenti religiosi più riconoscibili del Piemonte: una basilica che Filippo Juvarra progettò nel secondo decennio del Settecento per adempiere a un voto fatto da Vittorio Amedeo II durante l'assedio francese del 1706, e che da allora è rimasta il simbolo più duraturo della devozione sabauda e dell'identità cittadina. Pochi edifici in Italia portano su di sé stratificazioni storiche così eterogenee: la magnificenza barocca della cupola visibile da decine di chilometri di pianura, le tombe dei re di Sardegna nelle cripte sotterranee, e il nome di un aereo precipitato il 4 maggio 1949 contro il muro posteriore della basilica stessa, portando via diciassette calciatori, allenatori, dirigenti e giornalisti che costituivano la squadra di calcio più forte d'Europa.
La Basilica di Superga e la tragedia del Grande Torino sono legate in modo inscindibile nella memoria collettiva italiana, eppure la natura di questo legame è spesso fraintesa: non si tratta di una semplice coincidenza topografica, bensì di una sovrapposizione tra due ordini di sacralità — quella religiosa e dinastica dell'edificio, quella laica e sportiva della squadra — che ha trasformato un luogo di culto in un doppio santuario, frequentato ogni anno il 4 maggio da migliaia di tifosi granata che salgono a piedi lungo la collina come in un pellegrinaggio. Comprendere il peso specifico di questa tragedia richiede di conoscere entrambe le storie nella loro separatezza, prima di osservare il punto in cui si toccano.
Visitare Superga nel 2026 significa muoversi in uno spazio in cui architettura, storia politica e lutto sportivo si sovrappongono senza mai risolversi in un racconto unico: la basilica restaurata accoglie ogni anno pellegrini religiosi, turisti, e tifosi in lacrime davanti a una targa in marmo che riporta i nomi di chi morì quella mattina di nebbia. È una compresenza rara, che nessuna guida turistica riesce davvero a restituire.
La costruzione della basilica e il contesto del voto sabaudo
Quando Vittorio Amedeo II, il 7 settembre 1706, si inginocchiò davanti all'immagine della Madonna di Loreto nella chiesa di Superga — allora un modesto edificio medievale — e promise di costruire un grande tempio in caso di vittoria contro le forze franco-spagnole, stava compiendo un gesto che aveva una valenza tanto politica quanto religiosa: la battaglia di Torino fu vinta quello stesso giorno, e il voto divenne immediatamente una questione di Stato. L'incarico fu affidato a Filippo Juvarra, architetto messinese già al servizio della corte sabauda, che presentò i primi progetti nel 1715 e avviò i lavori l'anno seguente su un sito che richiedette prima di tutto uno sbancamento massiccio della cima collinare, operazione conclusa con tecniche per l'epoca straordinariamente ambiziose. La pianta centrale della basilica, con la grande cupola ottagonale affiancata da due campanili gemelli, costituisce uno dei vertici del barocco italiano settentrionale, distinto dallo stile romano per una certa sobrietà strutturale che non esclude la ricchezza decorativa degli interni; Juvarra morì nel 1736 senza vedere il completamento definitivo dell'opera, ma il suo impianto rimase sostanzialmente intatto. La basilica fu consacrata nel 1731 e da allora ospitò le sepolture di quasi tutti i sovrani della casa Savoia fino all'Unità d'Italia: Carlo Emanuele III, Vittorio Amedeo III, Carlo Felice e Carlo Alberto riposano nelle cripte sotterranee, che si visitano ancora oggi lungo un percorso che alterna cappelle decorate a sarcofagi di marmo bianco.
Il Grande Torino: struttura e dominio di una squadra irripetibile
Tra il 1942 e il 1949, il Torino Football Club vinse cinque campionati italiani consecutivi — con l'interruzione bellica del 1943-45 — costruendo una squadra che nella storia del calcio europeo non ha molti equivalenti per coerenza tecnica, identità collettiva e superiorità statistica rispetto alla concorrenza: in quei campionati, la squadra granata segnò spesso il doppio dei gol degli inseguitori, e in alcune stagioni distaccò il secondo classificato di oltre dieci punti in un'epoca in cui la vittoria ne valeva due. Il nucleo della squadra era formato da giocatori cresciuti insieme nel settore giovanile o acquistati dal presidente Ferruccio Novo con una visione di lungo periodo insolita per il calcio italiano dell'epoca; tra loro Valentino Mazzola, capitano e mezzala di qualità tecnica e carisma ancora discussi dagli storici del calcio, suo figlio Sandro — che aveva appena dieci anni e non era sull'aereo — avrebbe poi vinto due Mondiali con la nazionale italiana. La squadra aveva fornito ben dieci titolari alla nazionale azzurra che affrontò il Portogallo il 3 maggio 1949 a Lisbona, in un'amichevole organizzata in onore del capitano portoghese Francisco Ferreira: quella partita, terminata 4-3 per il Portogallo, fu l'ultima disputata dai giocatori del Grande Torino.
Il volo Fiat G.212 e le circostanze dell'impatto del 4 maggio 1949
Il rientro da Lisbona avvenne su un trimotore Fiat G.212 della compagnia ALI — Avio Linee Italiane — che aveva già compiuto il percorso di andata senza problemi; il 4 maggio 1949, in condizioni di visibilità ridotta per nebbia e pioggia, il velivolo imboccò la valle del Po in avvicinamento all'aeroporto di Torino-Aeritalia seguendo una rotta che lo portò a quota troppo bassa verso la collina di Superga. Alle 17:03, il Fiat G.212 impattò contro il terrapieno posteriore della basilica a una velocità stimata di circa 160 chilometri orari, con un angolo che non lasciò scampo ad alcuno dei trentuno occupanti: oltre ai diciassette calciatori, morirono tre allenatori — tra cui il tecnico ungherese Ernő Egri Erbstein, sopravvissuto alla deportazione nazista —, il medico, il massaggiatore, il direttore sportivo, due dirigenti della società e tre giornalisti. Le cause tecniche dell'incidente non furono mai chiarite con certezza definitiva; le ipotesi più accreditate combinano un errore di navigazione strumentale con la mancata comunicazione della reale quota del terreno nelle procedure di avvicinamento, ma i verbali dell'inchiesta ufficiale lasciarono aperte diverse questioni che i ricercatori continuano a discutere. I corpi furono recuperati tra le macerie della vegetazione e della carrozzeria dell'aereo nel corso delle ore successive; la città di Torino si fermò in modo che non aveva precedenti nella storia italiana del lutto sportivo.
Il memoriale, le commemorazioni annuali e la memoria collettiva granata
La targa commemorativa posta sul muro della basilica nel punto più vicino all'impatto è diventata nel tempo il centro di una liturgia civile che si rinnova ogni 4 maggio con una partecipazione che non conosce flessioni: migliaia di tifosi del Torino Football Club — e spesso anche sostenitori di altre squadre, italiane e straniere — salgono a piedi o in pullman verso Superga per deporre fiori, sciarpe granata, fotografie e messaggi scritti a mano davanti al memoriale, in una cerimonia che ha resistito a decenni di cambiamenti nel calcio professionistico e nel costume sociale. La basilica di Superga e la tragedia del Grande Torino sono diventate un riferimento identitario per la città di Torino in modo trasversale alle generazioni: il Grande Torino è rimasto nella memoria collettiva come simbolo di un calcio che non tornerà, ma anche come immagine più ampia di una città operaia e discreta che non ama i facili trionfi e riconosce nei propri lutti una forma di appartenenza. Il museo allestito all'interno del complesso della basilica — ampliato nell'ultimo decennio con materiali d'archivio donati dalle famiglie dei calciatori — espone maglie, fotografie, filmati in Super 8 e oggetti personali recuperati tra le macerie; la visita richiede tempo e attenzione, perché ogni pannello contiene dettagli biografici che trasformano i nomi in persone.
La basilica come luogo fisico tra conservazione architettonica e accesso pubblico
Il restauro della cupola juvarriana, completato in fasi successive tra il 2010 e il 2023, ha restituito all'esterno dell'edificio i colori originali dell'intonaco e ha consolidato le strutture murarie della lanterna, dove infiltrazioni d'acqua avevano provocato danni significativi nel corso dei decenni; i lavori interni alle cripte reali, finanziati in parte con fondi del Ministero della Cultura e in parte da donazioni private, hanno migliorato le condizioni di conservazione dei sarcofagi e reso più leggibile il percorso di visita. L'accesso alla basilica avviene oggi prevalentemente attraverso la cremagliera che parte da Sassi — linea storica aperta nel 1884, la prima ferrovia a cremagliera d'Italia — oppure in automobile lungo la strada panoramica che sale da Pino Torinese; la gestione del sito è affidata ai padri servi di Maria, che officiarono l'inaugurazione settecentesca e mantengono ancora oggi la custodia religiosa dell'edificio. La coesistenza tra funzione liturgica attiva, sito funerario dinastico, destinazione turistica e memoriale sportivo crea esigenze di gestione degli spazi che il personale del santuario affronta quotidianamente, regolando orari, flussi e modalità di accesso alle diverse aree con soluzioni pragmatiche che tengono insieme rispetto del sacro e apertura alla visita: una sfida organizzativa che pochi luoghi in Europa si trovano ad affrontare con questa intensità di sovrapposizioni simboliche.
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Fabiana Fissore è web editor e creator di contenuti dedicati a lifestyle urbano ed eventi locali. Racconta la città con uno stile fresco e coinvolgente, a stretto contatto con il territorio.