Parrocchetti nelle città italiane: invasori o nuovi abitanti delle nicchie urbane?
03/02/2026
Le città italiane stanno diventando un laboratorio a cielo aperto per osservare come alcune specie introdotte dall’uomo riescano a stabilirsi, riprodursi e crescere. Tra i casi più evidenti ci sono il parrocchetto dal collare (Psittacula krameri) e il parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), due pappagalli originari di altri continenti arrivati in Europa soprattutto attraverso il commercio di animali da compagnia e ormai presenti, con popolazioni consolidate, in diverse aree urbane.
Un lavoro guidato dal Bird Lab Torino dell’Università di Torino, realizzato con il National Biodiversity Future Center (NBFC) e pubblicato su Ibis, ha provato a chiarire un punto spesso al centro del dibattito: questi parrocchetti “rubano” risorse alle specie locali, oppure si inseriscono in una porzione della città che gli uccelli autoctoni sfruttano poco?
Lo studio: ascolti sul campo e profili ecologici delle specie
Tra la primavera 2023 e l’inverno 2023–2024, i ricercatori hanno effettuato 220 punti di ascolto in sei città: Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli e Campobasso. Il metodo, tipico degli studi di ecologia urbana, permette di censire le specie presenti in differenti contesti cittadini — parchi, viali alberati, aree residenziali, zone più costruite — senza affidarsi a segnalazioni episodiche.
Oltre alla semplice conta, l’analisi ha considerato caratteristiche funzionali che aiutano a capire “che ruolo” ricopre ciascun uccello in città: dieta, modalità di nidificazione, comportamento migratorio e altri tratti legati all’uso delle risorse. In questo modo, l’attenzione si sposta dalla domanda “quante specie ci sono” a una più concreta: “quali risorse vengono utilizzate, e da chi”.
Milano, Firenze, Roma e Napoli: nicchie urbane sfruttate e risorse tipiche della città
Il risultato più netto riguarda le città dove i parrocchetti sono già ben presenti, come Milano, Firenze, Roma e Napoli. Qui le due specie alloctone tendono a occupare una porzione della nicchia ecologica urbana che risulta meno presidiata dagli uccelli autoctoni. L’immagine che emerge è quella di un inserimento favorito da condizioni tipicamente cittadine: piante ornamentali che garantiscono cibo e rifugio, microclimi più miti che attenuano la pressione invernale, strutture artificiali che offrono opportunità di riparo e, in alcuni casi, siti adatti alla nidificazione.
Il fenomeno appare sia nella stagione riproduttiva sia in inverno, quando la disponibilità di risorse si riduce e le differenze tra strategie ecologiche diventano più evidenti. Questo non significa che l’impatto sulle specie locali sia automaticamente nullo: la ricerca mette a fuoco soprattutto i meccanismi che facilitano l’insediamento, indicando come l’“opportunità” urbana possa precedere, e talvolta limitare, la competizione diretta.
Dove mancano i parrocchetti: comunità più uniformi e ruolo dell’ambiente
Nelle città in cui i parrocchetti non risultano ancora insediati, come Torino e Campobasso, le comunità di uccelli osservate appaiono più uniformi e più strettamente legate alle variabili ambientali disponibili. In termini pratici, l’assetto dell’avifauna urbana sembra dipendere maggiormente dalla qualità e dalla struttura degli spazi verdi, dalla continuità degli habitat e dalla presenza di risorse distribuite in modo meno “artificiale”.
Da qui arriva un messaggio operativo: contesti cittadini poveri di diversità ecologica possono risultare più colonizzabili. Migliorare la qualità ecologica delle città — aumentando complessità e varietà degli ambienti, rendendo più ricchi e connessi gli spazi verdi — viene indicato come una leva capace di ridurre il rischio di future invasioni biologiche.
A Torino, intanto, il parrocchetto dal collare potrebbe trovarsi nelle prime fasi di insediamento: nel 2025 è stata osservata una coppia nei pressi dell’Allianz Stadium, mentre segnalazioni di individui isolati continuano ad arrivare con regolarità dalle aree collinari.