Al via IPAS-EU: un progetto UE per rendere effettivo il riconoscimento delle pene alternative tra Stati membri
10/02/2026
Con un finanziamento europeo superiore a 300 mila euro e una durata biennale (2026-2028), ha preso avvio IPAS-EU, acronimo di Implementing Probation and Alternatives to Detention in the EU, progetto di ricerca dedicato a rafforzare l’applicazione della decisione quadro 2008/947/GAI sul riconoscimento reciproco delle misure di condanna alternative alla detenzione. Il coordinamento è affidato al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, in collaborazione con unità di ricerca multidisciplinari dell’Universidade da Coruna, dell’Université Libre de Bruxelles e dell’Université Catholique de Lyon; il finanziamento arriva nell’ambito del Justice Programme 2021-2027 dell’Unione Europea.
Che cosa punta a migliorare: la decisione quadro 2008/947/GAI
La decisione quadro 2008/947/GAI stabilisce una procedura che consente a un’autorità giudiziaria di uno Stato membro di far riconoscere ed eseguire, in un altro Stato membro, una sentenza che impone misure non detentive. Una volta completato il riconoscimento, la decisione straniera viene trattata, per l’esecuzione, come un provvedimento nazionale: in termini pratici, diventa titolo per far rispettare obblighi e prescrizioni previsti dalla pena alternativa, sotto il controllo delle autorità dello Stato chiamato a eseguirla.
Nel contesto italiano, lo strumento è entrato a regime con ritardo, a partire dal 2016, e per lungo tempo è rimasto poco utilizzato, con poche procedure annue e un impiego spesso limitato a rapporti con Paesi confinanti. La ragione non è una sola: pesano la complessità della procedura, le difficoltà nel predisporre misure “trasferibili” all’estero, prassi giudiziarie consolidate e una conoscenza ancora disomogenea di questa possibilità, sia tra operatori del diritto sia nel circuito dell’esecuzione penale esterna.
Perché il tema è diventato più operativo: mobilità, carcere e tutela delle vittime
IPAS-EU nasce da un’esigenza concreta, legata alla libertà di circolazione nello spazio europeo: capita con frequenza che un procedimento penale si svolga in uno Stato e che la persona condannata risieda stabilmente in un altro. In questi casi, molte autorità giudiziarie esitano a disporre misure non detentive, perché una pena “non custodiale” richiede verifiche sull’effettiva esecuzione che, senza un meccanismo chiaro di cooperazione, risultano più difficili da garantire. Ne possono derivare effetti distorsivi: a parità di situazione, chi risiede nello Stato che giudica può incontrare meno ostacoli nell’accesso a misure alternative rispetto a chi vive altrove.
Il tema si intreccia anche con la pressione sul sistema penitenziario, soprattutto quando si tratta di pene brevi, e con la qualità dell’esecuzione della pena: scontare la misura nel Paese in cui si trova il proprio riferimento familiare, linguistico e sociale può facilitare controlli e percorsi di responsabilizzazione, riducendo il rischio di ricadute. Accanto a questo, c’è un profilo di sicurezza che riguarda direttamente le vittime: quando la pena alternativa prevede obblighi e divieti (si pensi, per esempio, a prescrizioni di distanza o a obblighi di condotta), l’effettività delle misure richiede che le autorità del Paese in cui il condannato si trova abbiano titolo e strumenti per vigilare e intervenire in caso di violazioni.
Lo schema di lavoro del progetto e i Paesi coinvolti
Il progetto intende affrontare i nodi operativi e giuridici che limitano l’uso della decisione quadro, attraverso uno studio della prassi basato su analisi di casi, interviste agli operatori e ricostruzione dei passaggi procedurali rilevanti, con l’obiettivo di formulare soluzioni replicabili e indicazioni applicative. Il focus principale è su quattro Stati - Italia, Belgio, Francia e Spagna - scelti perché particolarmente coinvolti nell’impiego dello strumento e, allo stesso tempo, esposti alle difficoltà che emergono nella cooperazione quotidiana; il lavoro comprende anche l’osservazione di buone prassi in altri ordinamenti e la diffusione dei risultati a livello europeo.
“La cooperazione tra gli Stati membri nell'ambito della giustizia penale è un grande valore aggiunto del processo di integrazione”, afferma il professor Stefano Montaldo, docente di diritto dell’Unione Europea del Dipartimento di Giurisprudenza e coordinatore del progetto, sottolineando come la collaborazione sia essenziale per coniugare contrasto alla criminalità e pieno rispetto dei diritti, rafforzando una cultura europea della giustizia capace di valorizzare anche percorsi alternativi alla carcerazione.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to